Accento grafico
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[modifica] Parole che vogliono l'accento grafico
È obbligatorio utilizzare l'accento solo in questi casi:
- nelle parole tronche (vedi oltre) composte da più di una sillaba: (es. Perù, bensì ecc.)
- nelle seguenti parole monosillabiche: è, dà, dì, là, lì, né, sé, sì, tè, ciò, già, giù, più, può, scià ma con alcune eccezioni. L'accento non si usa su da usato come preposizione, e come congiunzione, la come articolo e pronome, li come pronome, ne come pronome o avverbio, se come congiunzione, si e te come pronomi, di come preposizione. L'Accademia della Crusca consiglia di usare sé anche quando seguito da stesso o medesimo e indifferentemente al singolare o al plurale.
- nelle forme desuete del verbo avere senza l'acca: ò, à, ài, ànno. Tali forme non sono più utilizzate nell'italiano odierno, ma è possibile incontrarle in testi datati tra l'Ottocento e il primo Novecento.
È utile indicare l'accento nei casi in cui due parole si distinguono solo per la sua posizione (ad esempio: viòla, il colore, e víola, terza persona singolare del presente del verbo violare), laddove non risulti evidente dal contesto. Risulta peraltro obbligatorio solo l'accento alla fine di una parola.
[modifica] L'accento grave (`) e l'accento acuto (´) in italiano
Fino a qualche decennio fa, si usava, in italiano, quasi solo l'accento grave (`).
La cosa si spiega storicamente:
| « Per l'accento acuto o grave, gli stampatori del Cinquecento avevano seguito una norma ricalcata sul greco: accento acuto all'interno della parola, accento grave alla fine. Ma siccome nel corpo della parola l'accento non s'usava quasi mai, l'accento più frequente era il grave. » |
(Bruno Migliorini, La lingua italiana nel Novecento, Firenze 1990, pag. 32)
Più di recente, s'è approfittato dell'esistenza di questi due segni d'accento per indicare, nella scrittura, la differenza tra le vocali é chiusa ed è aperta, ó chiusa e ò aperta.
In italiano, infatti, mentre le lettere a, i, u rappresentano ciascuna un solo suono vocalico, le lettere e, o sono ambigue, indicando ognuna una vocale chiusa (é, ó) e una vocale aperta (è, ò).
Sulle lettere e, o, perciò, la norma ortografica oggi in vigore (e codificata nel 1967 dall'UNI, Ente nazionale di unificazione) richiede di usare l'acuto se la vocale è chiusa (come in perché), il grave se la vocale è aperta (come in cioè).
[modifica] L'accento sulla vocale o
Come s'è detto, le vocali ambigue in italiano sono due: e, o.
Nel caso della lettera o, però, il problema di scegliere tra il grave (ò) e l'acuto (ó) si pone, praticamente, di rado.
In italiano, infatti, l'accento è obbligatorio solo sulla vocale finale dei polisillabi (parole di più d'una sillaba) e su qualche monosillabo. Ora, in tutti i casi in cui si deve (secondo queste regole) segnare l'accento sulla lettera o, essa ha suono aperto, e l'accento non può essere quindi che grave: parlò, canterò, oblò, però, perciò, ecc.
Certo per questo motivo, il carattere ó manca alle comuni tastiere delle macchine da scrivere e degli elaboratori elettronici (ma, in questi, si può trovare nella tabella dei simboli, o ottenere premendo una certa sequenza di tasti).
In conclusione, il segno ó si usa in italiano solo, qualche volta, allo scopo di distinguere, per chiarezza, parole come: conservatóri (plurale di conservatore, o chiusa) e conservatòri (di musica, plurale di conservatorio: o aperta), bótte (in cui si mette il vino) e bòtte (percosse); o come cómpito (dovere) e compìto (cortese), àncora (con cui si àncorano le navi) e ancóra (tuttora). Ma s'intende che in questi casi l'uso dell'accento è facoltativo.
[modifica] L'accento sulle vocali a, i, u
Sulle tre vocali restanti — a, i, u — si usa di regola l'accento grave: à (come in carità), ì (come in partì), ù (come in virtù).
Una minoranza (non troppo esigua, peraltro) preferisce però usare l'acuto sulle vocali i e u (dunque, partí, virtú).
I fautori dell'acuto su i e u (come il fonetista Luciano Canepàri) si richiamano alla scienza fonetica: le vocali i e u sono infatti chiuse per loro natura. A questo sistema s'attenne nell'Ottocento il Carducci, e ancor oggi vi si attiene qualche casa editrice, come l'Einaudi.
I sostenitori dell'uso più comune (più numerosi anche tra linguisti e filologi: Sensini, Camilli, Migliorini, Fiorelli, Serianni, ecc.) affermano invece l'inutilità di abbandonare il grave per l'acuto quando non ci sia nulla da distinguere, com'è il caso delle tre lettere a, i, u, ognuna delle quali simboleggia un solo suono vocalico.
| « [I]mporta servirsi della distinzione dove c'è da distinguere, e cioè solo per le vocali e, o, mentre in tutti gli altri casi è più semplice adoperare un accento unico. In nota: Con la terminologia moderna, si direbbe che l'accento grafico va adoperato per segnare le differenze fonologiche e non quelle fonetiche. » |
(Migliorini, op. cit., pag. 33)
L'uso di ì, ù (col grave) è raccomandato anche dal prestigioso Dizionario d'ortografia e di pronunzia, e dalla già citata norma dell'UNI ([1]; si veda il punto 4.1). Anche sulle tastiere delle macchine da scrivere e dei computer si trovano di regola solo ì e ù.
[modifica] L'accento sulla vocale e
Il problema principale, per chi scrive, è quindi quello di distinguere, alla fine di una parola, tra -é (accento acuto) ed -è (accento grave).
Qui di seguito sono elencate le parole più comuni che richiedono l'accento acuto sulla e finale:
- Affinché, benché, cosicché, finché, giacché, macché, nonché, perché, poiché, purché, sicché e tutti i composti di che; inoltre, lo stesso ché nel significato di perché (o affinché);
- Né (= e non o simili);
- Sé, usato come pronome;
- Ventitré e tutti i composti analoghi di tre (trentatré, quarantatré, centotré, ecc.);
- Credé (= credette) e tutte le terze persone singolari del passato remoto in -é (rifletté, dové, ecc.; eccezione: diè, per cui vedi sotto);
- Scimpanzé, nontiscordardimé, mercé, testé, fé (per fede e per fece), affé, autodafé, viceré.
È, voce del verbo essere, e il suo composto cioè vogliono invece l'accento grave, come anche certe altre parole, soprattutto d'origine straniera e non recenti: ahimè (e ohimè), diè (antiquato o letterario per diede), piè (= piede), tè e caffè, coccodè, bebè, cabarè, bignè, canapè, gilè, lacchè, narghilè, purè, Noè, Mosè, Giosuè, Averroè, Salomè, Tigrè, ecc.
[modifica] Uso dell'accento e dell'apostrofo
| Per approfondire, vedi le voci apostrofo e elisione. |
La regola generale da seguire è:
- l'apostrofo si usa in caso d'elisione;
- l'accento si usa per distinguere due monosillabi altrimenti omografi ma di significato diverso (le note musicali costituiscono eccezione), e su tutti i monosillabi composti da due grafemi vocalici.
Nel primo caso, da un punto di vista grafico, si verifica un'eccezione riguardo all'uso dello spazio, dal momento che il segno dell'apostrofo non viene né preceduto né seguito da uno spazio.
Esempi:
- po' usa solo e unicamente l'apostrofo, in quanto forma apocopata di poco.
- Su qui e su qua l'accento non va, in quanto hanno un unico significato.
- Su lì e su là va l'accento altrimenti si confondono col pronome li (li ho presi, li ho visti) e l'articolo la.
- Su è senza accento. Giù ha l'accento perché, pur essendo un monosillabo, potrebbe altrimenti essere letto gíu, con l'accento sulla i, come in magia.
- Su fa, va, sta non occorre né accento né apostrofo. «Maria fa la doccia», «Va bene», «Come sta?». L'apostrofo si usa solo nel caso dell'imperativo monosillabico: Fa'!, Va'!, Sta'! da Fai!, Vai!, Stai!. Esempi: «Fa' presto!», «Va' via!», «Sta' fermo!».
- In dialetto, tuttavia, si può trovare «Che stai a fa'?» (per fare) e, in romanesco, anche «Che sta' a fa'?», pronunciato praticamente tutto d'un fiato: «Che staffa'?» .
- Accanto a dà terza persona singolare del verbo dare, da non confondere con la preposizione da. Esiste pure Da'! con l'apostrofo, forma monosillabica dell'imperativo Dai!. Come apocope (o «troncamento») dell'ultima sillaba di Dici!, troviamo l'imperativo monosillabico Di'! di dire. Esempi: «Da' una mano!», «Di' tutto!».
- Su dì, forma arcaica per giorno, l'accento serve a operare la distinzione con la preposizione semplice di: si dirà quindi, con Leopardi, La sera del dì di festa. Viene confuso spesso con la forma imperativa del verbo dire (Es.: Di' soltanto una parola e... - vedi sopra).
Si nota, dunque, che all'imperativo non va l'accento su nessun verbo.
Infine: l'articolo indeterminativo un si scrive con o senza l'apostrofo? È un errore molto comune. In questo caso la regola è apparentemente semplicissima:
- Un senz'apostrofo è maschile: un amico, un italiano, un libro…
- Un' con l'apostrofo è femminile: un'amica, un'italiana, un'eco…
Come si vede dagli esempi, un' si usa solo con parole inizianti in vocale mentre un si usa sempre tranne con le parole inizianti in z-, s impura (cioè seguita da consonante) e simili.
Tuttavia, si è spesso tratti in inganno dal fatto che le parole maschili che cominciano per vocale richiedono l'articolo determinativo lo, in forma troncata (l'albero); siccome tutti gli altri sostantivi che richiedono quest'articolo usano l'articolo indeterminativo uno e non un, è immediato vedere il parallelismo «lo/uno» e «il/un», e quindi supporre «l'/un'» («un'albero»). Siccome la presenza dell'apostrofo non indica alcuna differenza di pronuncia, alcuni non comprendono i motivi logici alla base di questa regola. Essi sono invece da rintracciarsi nel fatto che al maschile c'è un troncamento, al femminile un'elisione.
Qual e tal non si apostrofano mai, perché esistono in forma tronca, che si usa anche davanti a consonante: qual è, tal armonia, così come si dice qual masso che dal vertice, qual meraviglia, tal padre tal figlio, ecc.
[modifica] Accento in altre lingue
[modifica] Accentazione del greco
| Per approfondire, vedi la voce Accentazione del greco. |
[modifica] Voci correlate
[modifica] Collegamenti esterni
- Alcune lezioni d'italiano per anglofoni, dove la parte di fonetica è trattata in maniera accurata: http://www.locuta.com/classroom.html#pronuncia
- Le tabelle sugli accenti dal sito dell'Accademia della Crusca
- Altra scheda della Crusca sull'accento grafico
- Articolo a proposito dell'accento grave su i e u
- La norma 601567 dell'UNI (Ente nazionale italiano di unificazione), "Segnaccento obbligatorio nell'ortografia della lingua italiana" N. B. Nel punto 3.1. tè (bevanda) è scritto con l'acuto per un errore di stampa (cfr. infatti 4.2.)

