Legge Mattarella
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Per Legge Mattarella, dal nome del suo relatore, Sergio Mattarella, si intende la riforma della legge elettorale, che fu attuata in seguito al referendum del 18 aprile 1993, con l'approvazione delle leggi 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277, che introdussero in Italia per l'elezione del Senato e della Camera dei deputati un sistema elettorale prevalentamente maggioritario a turno unico, sostituendo il precedente proporzionale, in vigore dal 1946. La legge è stata la prima volta applicata nelle elezioni politiche del 1994 ed è stata in vigore fino alle elezioni del 2001. Questa riforma del sistema elettorale venne soprannominata Mattarellum da Giovanni Sartori, con un ampio e duraturo seguito fra i commentatori politici nei media.
[modifica] Funzionamento
La Legge Mattarella configurava un sistema elettorale maggioritario, corretto da una sensibile quota proporzionale pari ad un quarto dei seggi di ciascuna assemblea.
In prima istanza, il territorio nazionale era suddiviso in 475 collegi uninominali per la Camera, e in 232 per il Senato. L'attribuzione di questo primo gruppo di seggi avveniva molto semplicemente in base ad un sistema maggioritario a turno unico plurality: veniva eletto parlamentare il candidato che avesse riportato la maggioranza relativa dei suffragi nel collegio. Nessun candidato poteva presentarsi in più di un collegio.
I rimanenti seggi erano invece assegnati con un metodo tendenzialmente proporzionale, funzionante però con meccanismi differenziati fra le due assemblee. Per quanto riguarda la Camera, l'elettore godeva di una scheda elettorale separata per l'attribuzione dei 155 seggi residui, cui accedevano solo i partiti che avessero superato la soglia di sbarramento nazionale del 4%. Il calcolo dei seggi spettanti a ciascuna lista veniva effettuata nel collegio unico nazionale mediante il metodo Hare dei quozienti naturali e dei più alti resti; tali seggi venivano poi ripartiti, in ragione delle percentuali delle singole liste a livello locale, fra le 26 circoscrizioni plurinominali in cui era suddiviso il territorio nazionale, e all'interno delle quali i singoli candidati - che potevano corrispondere a quelli presentatisi nei collegi uninominali - venivano proposti in un sistema di liste bloccate senza possibilità di preferenze. Il meccanismo era però integrato dal metodo dello scorporo, volto a dar compensazione ai partiti minori fortemente danneggiati dall'uninominale: successivamente alla determinazione della soglia di sbarramento, ma antecedentemente al riparto dei seggi, alle singole liste venivano decurtati tanti voti quanti ne erano serviti a far eleggere i vincitori nell'uninominale - cioè i voti del secondo classificato più uno - i quali erano obbligati a collegarsi ad una lista circoscrizionale.
Per quanto riguarda il Senato, gli 83 seggi proporzionali venivano assegnati, secondo il dettato costituzionale, su base regionale. In ogni Regione venivano assommati i voti di tutti i candidati uninominali perdenti che si fossero collegati in una lista regionale, ed i seggi venivano assegnati utilizzando il metodo D'Hondt delle migliori medie: gli scranni così ottenuti da ciascuna lista venivano assegnati, all'interno di essa, ai candidati perdenti che avessero ottenuto le migliori percentuali elettorali. Ancor più che alla Camera, ove lo scorporo era parziale, lo scorporo totale previsto per il Senato faceva funzionare la quota proporzionale di fatto come una stramba quota minoritaria, in aperto contrasto con l'impianto generale della legge elettorale.
[modifica] Schema pratico
Il meccanismo pratico per l'attribuzione dei seggi del Senato si svolgeva secondo l'esempio sotto riportato, in cui si crea un caso immaginario di una Regione cui fossero attribuiti 8 seggi, e nella quale fossero conseguentemente istituiti 6 collegi uninominali.
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I sei seggi uninominali sono stati conquistati in numero di 3 dai "Cerchi", 2 dai "Quadrati" e 1 dai "Triangoli". Si passa quindi a calcolare l'attribuzione dei 2 seggi riservati alla quota proporzionale: a tal fine, si assommano i voti di tutti i candidati perdenti delle quattro coalizioni in gara.
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Viene quindi utilizzato il metodo D'Hont delle migliori medie.
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Alla coalizione dei "Quadrati" e a quella dei "Triangoli" è stato dunque attribuito un seggio nella quota proporzionale. Vengono dunque individuati i migliori perdenti di questi due raggruppamenti.
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A fronte di 138.000 voti, i "Cerchi" hanno ottenuto 3 seggi come pure i "quadrati", a cui sono però andati solo 101.000 suffragi, mentre le 81.000 preferenze dei "Triangoli" hanno scaturito 2 seggi. Nessuna rappresentanza hanno invece colto i "Pentagoni" coi loro 57.000 voti.
Per quanto riguarda la Camera, l'impianto generale era abbastanza simile, salvo alcune differenze. Innanzitutto lo scorporo era parziale: mentre nell'esempio siffatto per il Senato, nel "Collegio Uno" i "Cerchi" non avanzavano alcun voto residuo, nel caso della Camera essi avrebbero perso solo 15.001 voti, cioè quelli necessari alla vittoria. Il calcolo dei seggi proporzionali, su base nazionale e non regionale, non avveniva all'interno degli stessi collegi come al Senato, ma sulla base dei risultati espressi dagli elettori tramite l'apposita scheda elettorale per la quota proporzionale della Camera.
[modifica] Effetti e obiettivi
Il già descritto aspetto compensativo della quota proporzionale poteva venire annullato dall'uso delle cosiddette liste civetta, per scaricare su queste, anziché nel reale partito di riferimento di un candidato uninominale, i voti da scomputarsi per ogni collegio in cui si era risultati vincenti: bastava che il candidato dichiarasse di essere legato a una falsa lista che veniva appositamente creata per questo scopo. Il trucco, congegnato per la prima volta durante la elezioni del 2001, fu attuato sia dalle forze di centrosinistra che da quelle di centrodestra, creando le une una lista virtuale chiamata Paese Nuovo, e collegandosi le altre alla lista Abolizione Scorporo.
La personalizzazione dell'elezione era una delle caratteristiche colte dal legislatore istituendo i collegi uninominali i quali, essendo ristretti in un territorio limitato geograficamente e per numero di elettori, favorivano l'instaurarsi di un rapporto più diretto fra rappresentati e rappresentante.
Ai tempi in cui era in vigore, molti commentatori sostenevano che questo tipo di sistema elettorale incoraggiasse i partiti ad apparentarsi e presentarsi in coalizioni per superare gli avversari in numero di voti e vincere il collegio uninominale. Benché questo effettivamente accadesse, bisogna tenere presente che, una volta eletti, i candidati d'una coalizione o d'un partito potevano dar vita a nuove formazioni politiche, come di fatto numerose volte avvenisse nel caso italiano. Visto che esisteva spesso il rischio che l'assegnazione di un seggio dipendesse da poche manciate di voti, scaturiva la possibilità che un partito anche di piccole dimensioni potesse far leva sulla sua importanza, reale o presunta, per vedersi maggiormente riconoscere le proprie richieste in termini di programma e di candidati nei seggi uninominali da farsi assegnare dal capo della coalizione.
Ad un'analisi politologicamente più corretta, tuttavia, la parcellizzazione del quadro parlamentare avutosi con la Legge Mattarella non fu del tutto, se non per niente, da attribuirsi alla legge stessa, quanto piuttosto alle strategie dei leaders politici italiani degli anni Novanta e Duemila. I sistemi maggioritari – di qualunque tipo siano – tendenzialmente portano a un sistema bipolare, se non bipartitico, e creano maggioranze parlamentari più ampie, il che favorisce una maggiore fluidità nei lavori parlamentari e una migliore stabilità di governo, uno degli obiettivi dei promotori del referendum del 1993. L'anomalia italiana nacque allorquando nel 1993, all'indomani del referendum elettorale ed in vista delle elezioni del 1994, il segretario del Partito Democratico della Sinistra, Achille Occhetto, anziché percorrere la via di una vocazione maggioritaria del suo partito all'interno dell'area della Sinistra italiana, preferì inserirlo all'interno di una variegata quanto affollata coalizione, i Progressisti, la quale provocò di rimando la costituzione di un raggruppamento anche nell'area avversa, il Polo delle Libertà. Contrariamente alle previsioni di molti osservatori, dunque, la svolta maggioritaria non portò alla semplificazione del quadro politico ma al contrario, all'interno delle due coalizioni e delle loro successive evoluzioni, alla proliferazione di partitini e microformazioni mantenute in vita da leaders di coalizione più preoccupati di massimizzare le loro probabilità di vincere le elezioni, quanto piuttosto di creare un omogeneo schieramento politico con cui amministrare il paese nel quinquennio successivo l'appuntamento elettorale.
[modifica] Voci correlate
[modifica] Bibliografia
- Giovanni Sartori, Ingegneria costituzionale comparata, Il Mulino, 2004. ISBN 8815096361

