Storia d'Italia

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Categoria: Storia d'Italia

Per storia d'Italia si intende per convenzione la storia della regione geografica italiana e dei popoli che l'hanno abitata, dotata - al di là delle molteplici differenze culturali e delle successive trasformazioni politiche - di una specifica identità che l'ha condotta nei secoli a essere riconosciuta come un unico soggetto storico. In un'accezione più ristretta, per storia d'Italia si intende unicamente la storia dello stato unitario, ossia la storia del Regno d'Italia e della Repubblica Italiana, nonché degli eventi che condussero alla sua formazione, ossia la storia dell'espansione del Regno di Sardegna, tradizionalmente conosciuta come Risorgimento.


[modifica] Preistoria e protostoria

Per approfondire, vedi la voce Italia preistorica e protostorica.

[modifica] Preistoria

Il popolamento del territorio italiano risale alla preistoria, epoca di cui sono state ritrovate importanti testimonianze archeologiche. L'Italia è stata abitata almeno a partire dal periodo Paleolitico. Tra i più interessanti siti archeologici italiani risalenti al paleolitico, si ricorda quello di Monte Poggiolo, presso Forlì e la Grotta dell'Addaura, presso Palermo, nella quale si trova un vasto e ricco complesso d’incisioni, databili fra l'Epigravettiano finale e il Mesolitico, raffiguranti uomini ed animali.

Tra i popoli insediatisi nel Neolitico, quando l'uomo da cacciatore divenne anche anche pastore e agricoltore, si ricordano gli antichi Camuni (in Val Camonica).

[modifica] Etruschi e Genti Italiche

Cartina con i maggiori centri Etruschi, ed "espansione" della civiltà etrusca nel corso dei secoli

Le informazioni sulle genti abitanti la penisola in epoca preromana sono, in taluni casi, incomplete e soggette a revisione continua. Popolazioni di ceppo indoeuropeo, trasferitesi in Italia dall'Europa Orientale e Centrale in varie ondate migratorie (veneti, umbro-sabelli, latini, ecc.), si sovrapposero ad etnie pre-indoeuropee già presenti nell'attuale territorio italiano, o assorbendole, oppure stabilendo una forma di convivenza pacifica con esse.

Secondo alcune fonti, la loro provenienza andrebbe ricercata in Asia Minore, secondo altre, avrebbero costituito una etnia autoctona. Certo è che, già attorno alla metà del VI secolo a.C., riuscirono a creare una forte ed evoluta federazione di città-stato che andava dalla Pianura Padana alla Campania e che comprendeva anche Roma ed il suo territorio. In Italia settentrionale, accanto ai Celti (comunemente chiamati Galli), vi erano i Liguri (originariamente non indoeuropei poi fusisi con i Celti) stanziati in Liguria e parte del Piemonte mentre nell'Italia nord-orientale vivevano i Veneti (paleoveneti) di probabile origine illirica o, secondo alcune fonti, provenienti dall'Asia Minore.

Nell'Italia più propriamente peninsulare accanto agli Etruschi, convivevano tutta una serie di popoli, in massima parte di origine indoeuropea, fra cui: Umbri in Umbria; Latini, Sabini, Falisci, Volsci ed Equi nel Lazio; Piceni nelle Marche ed in Abruzzo Settentrionale; Sanniti nell'Abruzzo Meridionale, Molise e Campania; Apuli, Messapi e Iapigi in Puglia; Lucani e Bruttii nell'estremo Sud; Siculi, Elimi e Sicani (non indoeuropei, probabilmente autoctoni) in Sicilia. La Sardegna era abitata, fin dal II millennio a.C., dai Sardi, risultato, forse, di un connubio tra le preesistenti popolazioni megalitiche presenti nell'Isola ed il misterioso popolo dei Shardana.

Nell'area laziale, invece, un posto a se stante meritano i Latini protagonisti, assieme ai Sabini, della primitiva espansione dell'Urbe e forgiatori, insieme agli Etruschi ed ai popoli italici più progrediti (Umbri, Falisci, ecc.), della futura civiltà romana.

[modifica] Storia antica

[modifica] Fenici e Cartaginesi

Per approfondire, vedi la voce Espansione cartaginese in Italia.

Primi stanziamenti Fenici nell'attuale territorio italiano sono datati attorno all'VIII secolo a.C. quando, dopo una iniziale fase di precolonizzazione del Mediterraneo occidentale e di fondazione di città come Utica e Cartagine, veri e propri colonizzatori si insediarono sulle coste della Sardegna e nell'area occidentale della Sicilia. Nascono Mozia (da cui più tardi Lilibeo), Palermo, Solunto in Sicilia e Sulci, Nora, Tharros, Bithia, Cagliari in Sardegna.[1]

Mentre in Sicilia l'installazione fenicia non incontrò grandi reazioni da parte degli autoctoni (a Monte Erice, per esempio, un tempio fu dedicato ad Astarte, dea-madre dell'area cananea, che veniva frequentato dai Fenici e dagli Elimi[2]), in Sardegna i Fenici, per la decisa resistenza che incontrarono, non riuscirono controllare territori molto ampi lontano dalle loro città.

A metà del VI secolo, con la spedizione del semileggendario Malco iniziò il tentativo di conquista, vera e propria delle isole maggiori. Cartagine, a tre secoli dalla fondazione, aveva raggiunto i limiti di espansione lungo la costa settentrionale dell'Africa dove, a est aveva fermato la colonizzazione greca vincendo gli scontri con Cirene e verso ovest intratteneva ottimi rapporti con Numidi e Mauri. Le coste della Spagna erano ben controllate, Gli Etruschi non impensierivano i punici. Solo la Sicilia vedeva la costante migrazione e i continui insediamenti delle popolazioni della Grecia che lentamente ma sicuramente spinsero i Fenici nell'estrema punta occidentale dell'isola.

Dislocazione di alcuni insediamenti Cartaginesi e Greci nel 580 a.C.

Questa pressione demografica e -soprattutto- economica spinse Cartagine al tentativo di fermare i Greci o addirittura di conquistare l'intera Sicilia. Ciò avrebbe consentito il totale controllo dei due passaggi dal Mediterraneo Orientale a quello Occidentale. Una serie di interventi bellici nell'arco di due secoli (dal 550 a.C. al 275 a.C.) non portarono a grandi risultati. A fasi alterne le varie guerre greco-puniche allargarono la sfera di influenza cartaginese o greca in Sicilia senza che nessuno dei due popoli riuscisse a prevalere nettamente sull'altro. Tutto si concluse con lo scoppio della prima guerra punica che tolse ai Cartaginesi le aree siciliane e pose una pesante ipoteca su Siracusa, unico regno siceliota di qualche importanza.

Cartagine riuscì comunque a bloccare quasi completamente l'espansione greca nel Mediterraneo occidentale; dai greci furono inizialmente fondate solo Marsiglia, Alalia e Cuma; altre colonie sorsero più tardi. Per contro, in Sardegna, l'espansione cartaginese incontrò maggiori difficoltà per la resistenza offerta da parte delle fiere popolazione autoctone. Ciononostante, già intorno al 450 a.C., i Cartaginesi erano riusciti ad organizzare nell'isola un sistema abbastanza stabile di frontiere interne, sempre all'interno della loro politica imperialista nel contesto mediterraneo.

Lo sforzo bellico in Sardegna riuscì a rendere l'isola un vero e proprio possedimento, come il territorio della costa libica, dove l'imperio Cartaginese poté dirigere la produzione mineraria e agricola in relazione alle necessità puniche e non solo autoctone.

Nel corso del tempo i Cartaginesi giunsero quindi a chiudere le coste dell'isola in un vero e proprio cerchio di fortezze e colonie[3]. L'agricoltura sarda, era dedicata principalmente alla produzione di grano tanto che già nel 480 a.C. Amilcare, impegnato nella battaglia di Imera, fece venire dalla Sardegna in Sicilia i rifornimenti di grano per le sue truppe.Dallo pseudo-aristotelico De mirabilibus auscultationibus sappiamo che Cartagine proibiva la coltivazione di piante da frutto per spingere la monocultura del grano.[4]. L'artigianato sardo era fortemente condizionato dagli stili artistici e dalle commesse che i cartaginesi portavano nell'isola.

Cartagine entrò anche nella storia d'Italia peninsulare riuscendo ad allearsi con gli Etruschi per combattere i greci di Alalia, in Corsica, che si erano dati alla pirateria. Le Lamine di Pyrgi ci mostrano quanto fosse sentito l'influsso cartaginese sulle coste toscane e laziali. È del 509 a.C., infine, l'inizio di relazioni diplomatiche importanti fra Cartagine e Roma. La neonata Repubblica romana e i cartaginesi siglarono il primo dei Trattati Roma-Cartagine, il primo riconoscimento che Cartagine offrì a Roma e che segnò l'inizio di stabili relazioni fra le due città. Altri trattati vennero, nel tempo, conclusi; la loro formulazione segue, nell'ampliarsi e restringersi delle concessioni dei Cartaginesi ai Romani, l'alternarsi dell'evoluzione territoriale e di potenza dell'Urbe.

Per approfondire, vedi la voce Trattati Roma-Cartagine.

[modifica] Magna Grecia

Per approfondire, vedi la voce Magna Grecia.
Tetradracma di Siracusa
Testa di Aretusa Auriga alla guida di una quadriga
Argento ca. 415-405 a.C.

Tra l'VIII ed il VII secolo a.C., coloni provenienti dalla Grecia cominciarono a stabilirsi sulle coste del sud Italia e della Sicilia. Le prime componenti stabilitesi in Italia furono quella ioniche e quelle peloponnesiache: gli Eubei e i Rodii fondarono Cuma, Reggio Calabria, Napoli, Naxos e Messina, i Corinzi Siracusa, i Megaresi Leontinoi, gli Spartani Taranto, mentre i coloni provenienti dall'Acaia fondarono Sibari e Crotone. Oltre a quelle sopra menzionate, altre importanti furono Metaponto, fondata anch'essa da coloni Achei, Heraclea e Locri Epizefiri.

L'importanza della colonizzazione greca per i popoli italici è dovuta al fatto che essi vennero così a contatto con forme di governo democratiche caratterizzate da forti responsabilizzazioni del cittadino, e con espressioni artistiche e culturali elevate; basti pensare ai filosofi e uomini di scienza dell'epoca, fra cui Pitagora ed Archimede, nati in Italia, ma di cultura greca.

I contrasti fra le colonie greche e gli indigeni furono frequenti, tuttavia i Greci cercarono di instaurare rapporti pacifici con le popolazioni locali, favorendo, in molti casi, un lento assorbimento delle stesse. La ricchezza e lo splendore delle colonie furono tali da far identificare l'Italia meridionale dagli storici romani con l'appellativo di Magna Grecia. Nel III secolo a.C. tutte le colonie italiote e siciliane furono assorbite nello Stato romano. Per molte di esse iniziò un fatale declino.

[modifica] Roma (753 a.C. - 476 d.C.)

Per approfondire, vedi la voce Storia romana.
La scultura rappresenta la Lupa capitolina che allatta i gemelli Romolo e Remo, che furono aggiunti, probabilmente da Antonio del Pollaiolo, nel tardo XV secolo.

Secondo la tradizione, la città di Roma fu fondata il 21 aprile del 753 a.C. da Romolo sul colle palatino. In realtà, già in precedenza erano sorti villaggi in quella posizione, fondamentale per la via di commercio del sale, ma solo alla metà dell'VIII secolo questi si unirono in una sola città. La zona era dotata, inoltre, di un buon potenziale agricolo, e la presenza dell'isola Tiberina rendeva facile l'attraversamento del vicino fiume Tevere.

[modifica] Età regia (753 - 509 a.C.)

Per approfondire, vedi la voce Età regia di Roma.

Romolo instaurò nella città il regime monarchico: fino al 509 a.C., Roma fu retta, secondo la tradizione, da sette re,[5] che apportarono notevoli contributi allo sviluppo della società.

Ognuno dei primi quattro, infatti, operò in un diverso ambito dell'"amministrazione statale": il fondatore eponimo Romolo diede il via alla prima guerra di espansione contro i Sabini, originatasi dall'episodio del ratto delle Sabine, e associò al trono il re nemico Tito Tazio, allargando per primo le basi del neonato stato romano. Stabilì poi la suddivisione della popolazione in tre tribù e pose le basi per la ripartizione tra patrizi e plebei.

Il suo successore Numa Pompilio istituì i primi collegi sacerdotali, come quello delle Vestali, e riformò il calendario. In seguito, Tullo Ostilio riprese le ostilità contro i popoli vicini e sconfisse la città di Alba Longa, mentre il successore Anco Marzio operò nel campo dell'urbanistica: costruì il primo ponte di legno sul Tevere, fortificò il Gianicolo e fondò il porto di Ostia.

Ai primi quattro re, di origine latina, fecero seguito altri tre di origine etrusca: verso la fine del VII secolo, infatti, gli Etruschi, all'apogeo della loro potenza, estesero la loro influenza anche su Roma, che stava divenendo sempre più grande e la cui importanza a livello economico iniziava a farsi considerevole.

Era dunque fondamentale per gli etruschi assicurarsi il controllo su una zona che assicurava il passaggio delle rotte commerciali; comunque non si ebbe mai un reale controllo militare etrusco su Roma. Il primo re etrusco, Tarquinio Prisco, combatté contro i popoli confinanti, ordinò la realizzazione di numerose opere pubbliche, tra cui il Circo Massimo, la Cloaca Massima e il tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio e apportò, infine, anche alcuni cambiamenti in campo culturale.

Il suo successore, Servio Tullio, fu, secondo la leggenda, colui che ideò l'ordinamento centuriato, sostituendolo alla precedente ripartizione della popolazione; combatté anch'egli contro alcune delle principali città etrusche e latine limitrofe a Roma. Ultimo monarca a governare Roma fu Tarquinio il Superbo che fu allontanato dall'Urbe nel 510 a.C., secondo la leggenda con l'accusa di aver commesso violenze nei confronti della giovane Lucrezia; il patriziato romano, comunque, non era più disposto a sottostare al potere centralizzato del re, ma desiderava acquisire un'influenza, in campo politico, pari a quella che già rivestiva negli altri ambiti della vita civile.

[modifica] Età repubblicana (509-58 a.C.)

Per approfondire, vedi la voce Repubblica Romana.

[modifica] La conquista dell'Italia
Pirro re d'Epiro.

Dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo ed il fallimento (determinato, secondo la leggenda, dalle eroiche azioni di Muzio Scevola, Orazio Coclite e Clelia) del suo tentativo di riprendere il potere con l'aiuto degli Etruschi condotti dal lucumone di Chiusi, Porsenna, fu instaurata, ad opera di Lucio Giunio Bruto, organizzatore della rivolta antimonarchica, la forma di governo della Repubblica. Essa prevedeva la spartizione tra più cariche dei poteri che prima erano appartenuti ad un uomo solo, il re: il potere legislativo fu assegnato alle assemblee dei comizi centuriati e del senato, e furono create numerose magistrature, consolato, censura, pretura, questura, edilità, che gestissero i vari ambiti dell'amministrazione. Tutte le cariche, alcune delle quali erano cum imperio, erano collegiali, in modo tale che si evitasse l'affermazione di singoli uomini che potessero accentrare il potere nelle loro mani.

Roma si trovò subito a lottare contro le popolazioni latine delle zone limitrofe, sconfiggendole nel 499 a.C.[6] nella battaglia del lago Regillo, e federandole a sé nella Lega Latina mediante la firma del foedus Cassianum, nel 493 a.C.[7] Combatté poi contro gli Equi e i Volsci, e, una volta sconfitti, si scontrò con la città etrusca di Veio, che fu espugnata da Marco Furio Camillo nel 396 a.C.

I primi anni di vita della Repubblica Romana furono notevolmente travagliati anche nell'ambito della politica interna, in quanto le gravi disuguaglianze sociali che avevano portato alla caduta del regno non erano state cancellate. I plebei iniziarono così una serie di proteste contro la classe dominante dei patrizi: nel 494 a.C., infine, si ritirarono in secessione sul colle Aventino. La situazione si risolse con l'istituzione della magistratura del tribunato della plebe e con il riconoscimento del valore legale delle assemblee popolari. Importanti acquisizioni furono anche la redazione, nel 450 a.C. da parte dei decemviri, delle leggi delle Dodici Tavole, che garantivano una maggiore equità in ambito giudiziario, l'approvazione della lex Canuleia, nel 445 a.C.

Nel 386 a.C., l'esercito romano fu sconfitto dai Galli guidati da Brenno, che penetrarono nell'Urbe e la sottoposero ad un rovinoso saccheggio.[8][9] Vent'anni dopo, nel 367 a.C., furono promulgate le leges Liciniae Sextiae, che costituivano un'ulteriore acquisizione di diritti da parte della plebe.

Ormai potenza egemone nell'Italia centrale, Roma cominciò a meditare un'espansione verso Sud; per premunirsi, inoltre, da eventuali defezioni degli alleati latini, stipulò nel 354 a.C. un'alleanza con i Sanniti, contro i quali, tuttavia, combatté pochi anni più tardi, in difesa della città di Capua. Il conflitto, apertosi nel 343 a.C., terminò nel 341 a.C. senza alcun sostanziale mutamento dello status quo. Tra il 340 e il 338 a.C., inoltre, Roma fu costretta a combattere una nuova e sanguinosa guerra contro i Latini, e ottenne la vittoria solo con grandissimi sforzi. Nel 327 a.C., poi, si riaprì il conflitto con i Sanniti: i Romani, dopo le sconfitte delle Forche Caudine e di Lautulae, riuscirono a volgere la situazione in loro favore, riportando una complessiva vittoria nel 304 a.C. Contro i Sanniti Roma combatté, infine, una terza guerra tra il 298 e il 290 a.C., al termine della quale ogni resistenza poteva dirsi annientata.

Consolidata la propria egemonia sull'Italia centro-meridionale, Roma arrivò a scontrarsi con le città della Magna Grecia e con la potente Taranto: con il pretesto di soccorrere la città di Turi, minacciata, Roma violò intenzionalemente un patto stipulato con Taranto nel 303 a.C., scatenando la guerra. Taranto invocò allora l'aiuto del re d'Epiro Pirro, che giunse in Italia nel 280 a.C. portando con sé un esercito composto anche da numerosi elefanti. L'epirota riuscì a sconfiggere i Romani a Heraclea e ad Ascoli, seppure a costo di gravissime perdite; decise dunque di consolidare il suo potere sul Sud dell'Italia, ma ottenne una sostanziale sconfitta in Sicilia, dove le colonie greche, preoccupate per le tendenze dispotiche di Pirro, si allearono con Cartagine e riuscirono a respingere l'invasore. L'epirota marciò dunque contro i Romani che, riorganizzatisi, erano tornati a minacciare Taranto, ma fu duramente sconfitto a Maleventum nel 275 a.C. e costretto a tornare oltre l'Adriatico. Taranto, dunque, fu nuovamente assediata e costretta alla resa nel 272 a.C.: Roma era così potenza egemone nell'Italia peninsulare, a sud dell'Appennino Ligure e Tosco-Emiliano.

[modifica] Le Guerre Puniche e i conflitti in Oriente
Per approfondire, vedi le voci Guerre Puniche, Guerre macedoniche e Guerra siriaca.

La conquista dell'Italia portò, inevitabilmente, allo scontro con l'altra grande potenza del Mediterraneo Occidentale: Cartagine. Le guerre che si scatenarono furono di inaudita ferocia e di notevole durata, ma videro infine il trionfo totale di Roma.

Annibale Barca

Nel 264 a.C. Roma inviò un piccolo contingente in soccorso di Messina, con l'intento di assicurarsi il controllo dello stretto, fondamentale per il transito delle navi: i Cartaginesi, dunque, che ambivano anch'essi al controllo dell'isola, decisero di reagire con la guerra. Dopo una prima fase di scontri terrestri, in cui riuscì ad ottenere alcune vittorie, Roma decise di sfidare i Cartaginesi sul mare, e, approntata una flotta di navi dotate di corvi, sconfisse i nemici nella battaglia di Milazzo.

Nel tentativo di infliggere una decisiva sconfitta a Cartagine, Roma affidò al console Marco Atilio Regolo l'incarico di portare la guerra in suolo africano: sconfitta nuovamente la flotta nemica a Capo Ecnomo, il generale riuscì a sbarcare in Africa ma, dopo alcune vittorie iniziali, fu pesantemente sconfitto e costretto alla resa. Nel 241 a.C., dunque, Roma, approntata una nuova flotta guidata da Gaio Lutazio Catulo, sconfisse nuovamente i Cartaginesi preso le Isole Egadi: sottratto ai nemici il predominio sul mare i Romani poterono concludere anche le operazioni terrestri, espandendo il loro controllo su tutta la Sicilia, e costringendo Cartagine alla resa.[10]

Allontanato provvisoriamente il pericolo cartaginese, Roma si preoccupò di consolidare il proprio dominio riducendo la Sicilia in condizione di provincia e di estenderlo annettendo la Sardegna e la Corsica; sconfisse inoltre i pirati illirici che, tacitamente supportati dalla regina Teuta, infestavano le coste adriatiche e respinse un nuovo assalto dei Galli a Nord. Preoccupato dalla nuova espansione cartaginese nella penisola iberica, intanto, il Senato stipulò un nuovo patto con la potenza africana; quando tuttavia nel 218 a.C. il generale punico Annibale Barca attaccò la città di Sagunto, alleata di Roma, si decise di dichiarare nuovamente guerra a Cartagine. Annibale, allora, portando con sé un solido esercito e alcuni elefanti, valicò le Alpi e attaccò Roma da Nord, sconfiggendo le legioni presso il Ticino, la Trebbia e il Trasimeno. Dopo una fase di stallo, durante la quale Roma poté riorganizzarsi, dovuta alla politica attuata dal dictator Quinto Fabio Massimo, soprannominato Cunctator (temporeggiatore), le legioni romane al comando dei consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone marciarono nel 216 a.C. contro Annibale a Canne, ma furono duramente sconfitte.

Mentre numerose città si alleavano con i Cartaginesi e anche la Macedonia di Filippo V scendeva in guerra contro Roma, Annibale si attardò nel Sud Italia, mentre i Romani, seppure provati, poterono lentamente ricostituire le proprie forze: il console Publio Cornelio Scipione riuscì a sconfiggere ripetutamente i Cartaginesi in Spagna. In Italia i consoli Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone sconfissero e uccisero il fratello di Annibale, Asdrubale, presso il Metauro, mentre si apprestava a portare rinforzi alle forze puniche in Italia. Contemporaneamente Roma otteneva numerose vittorie anche sul suolo italico, riconquistando le città che avevano defezionato per allearsi con Annibale. Stremato da un decennio di guerra e vistosi negare i rinforzi dalla madrepatria, lo stesso Annibale fu costretto a fare ritorno in Africa nel 203 a.C., dopo che Scipione, conquistata la Penisola Iberica e ristabilita la situazione in Italia era sbarcato nel territorio nemico per tentare di ottenere una vittoria definitiva. I due generali si scontrarono nel 202 a.C. a Zama, e l'esercito romano ottenne una sofferta ma decisiva vittoria. Cartagine, dunque, minacciata da vicino dalle forze nemiche, fu costretta a capitolare e ad accettare le condizioni di pace imposte da Roma.

Ormai potenza egemone del Mediterraneo occidentale, Roma poté presto dimostrare le sue mire espansionistiche a danno degli stati ellenistici dell'Oriente: nel 200 a.C., gli abitanti di Rodi e Pergamo inviarono a Roma, sentendosi minacciati dalla Macedonia di Filippo V, una richiesta di aiuto, e l'Urbe, inviato a sua volta un ultimatum a Filippo, decise di intervenire. Nel 197 a.C. il console Tito Quinzio Flaminino inflisse alle truppe macedoni una sconfitta definitiva presso Cinocefale, ed un anno più tardi proclamò ufficialmente la liberazione della Grecia dall'egemonia macedone.

I Greci, tuttavia, consci di dover respingere i Romani per non essere annessi al loro stato, preferirono allearsi con il sovrano seleucide Antioco III: Roma, dunque, nel 191 a.C., dichiarò guerra ad Antioco, e, dopo averlo sconfitto presso le Termopili nel 191 a.C. e presso Magnesia nel 188 a.C., lo costrinse a firmare una pace con cui cedeva a Roma alcune terre in Asia Minore.

Nel 171 a.C., il figlio di Filippo di Macedonia, Perseo, si sollevò nuovamente in armi contro i Romani, dando inizio alla terza guerra macedonica. Dopo alterne vicende, nel 168 a.C. l'esercito romano guidato da Lucio Emilio Paolo[11] sconfisse duramente la truppe di Perseo a Pidna, e Roma poté dividere il territorio macedone tra quattro repubbliche subalterne e tributarie.

Cartagine, intanto, fortemente provata dalle conseguenze della seconda guerra punica, era sottoposta ai continui attacchi del re numida Massinissa, alleato dei Romani, che approfittava della situazione per estendere sempre di più i propri possedimenti ai danni della stessa Cartagine. A Roma, dunque, giunsero ambasciatori dalla città africana, ma l'Urbe rifiutò di intervenire per mantenere la pace; nel 50 a.C. Cartagine fu dunque costretta a violare gli accordi di pace e a reagire con la forza a Massinissa. Il senato, quindi, sobillato da Catone il Censore, decise di attaccare Cartagine, e nel 147 a.C. si risolse ad inviare in Africa il console Publio Cornelio Scipione Emiliano: questi, dopo un lungo assedio, nel 146 a.C. espugnò e rase al suolo la città.

Contemporaneamente, nel 150 a.C. un tale Andrisco, sostenendo di essere figlio di Perseo, guidò una nuova rivolta di Greci e Macedoni contro Roma: dopo alcuni iniziali successi, tuttavia, le forze ribelli furono duramente sconfitte. Nel 146 a.C., infine, i Romani rasero al suolo Corinto. Con la sconfitta dei nemici contro cui combatteva da anni su entrambi i fronti, Roma era diventata padrona del Mediterraneo.

Le nuove conquiste, tuttavia, portarono anche notevoli cambiamenti nella società romana: i contatti con la cultura ellenistica, temuta e osteggiata dallo stesso Catone, modificarono profondamente gli usi che fino ad allora si rifacevano al mos maiorum, trasformando radicalmente la società dell'Urbe.

[modifica] I Gracchi

Gli immensi territori che la Repubblica Romana aveva conquistato ebbero una serie di nefaste conseguenze per essa stessa e per l'Italia: in primis, l'enorme numero di schiavi che vi affluì, fece sì che questi soppiantassero del tutto i lavoratori, grazie al loro basso costo, dando via al fenomeno che vedeva i coltivatori diretti sempre più assorbiti dai latifondisti, con conseguenze devastanti sul piano economico e produttivo.

A tentare una riforma che ponesse un rimedio alla crisi fu, per primo, Tiberio Sempronio Gracco, che emanò una legge che limitava l'occupazione delle terre dello stato a 125 ettari e riassegnava le terre eccedenti ai contadini in rovina: una famiglia nobile poteva avere 500 iugeri di terreno, più 250 per ogni figlio, ma non più di 1000; i terreni confiscati furono distribuiti in modo che ogni famiglia della plebe contadina avesse 30 iugeri (7,5 ettari).

Colpendo in questo modo gli interessi delle classi aristocratiche, finì assassinato ma il Senato Romano non revocò le sue leggi, che comunque diedero qualche iniziale risultato. La riforma fu poi continuata dal fratello, Gaio Sempronio Gracco, che finì suicida braccato dagli stessi sicari del fratello.

[modifica] Mario
Per approfondire, vedi le voci Gaio Mario e Guerre contro Giugurta.

Dopo la morte dei due fratelli Gracchi, il malcontento del popolo nei confronti dell'aristocrazia si fece più forte. Ad alimentarla si mise sia lo scandalo d'Africa del 112 a.C., che le elezioni consolari del 109 a.C., alle quali Gaio Mario, un popolare, si presentò con forti possibilità di vincere. Quinto Cecilio Metello Numidico, console precedente, si oppose a questa candidatura, sebbene Gaio Mario fosse un suo luogotenente nelle Guerre contro Giugurta solo perché questi non era di origine aristocratica. L'Assemblea si schierò dunque compatta con il candidato popolare, che così vinse facilmente.

Mario, una volta eletto, reclamò il posto di Quinto Cecilio Metello Numidico nella guerra giugurtina, e la guerra si concluse in pochi mesi, con il trionfo di Gaio Mario. Per sei anni, l'Assemblea gli confermò il mandato da console, durante i quali Mario si trovò a fronteggiare diverse minacce, in primis quella dei Cimbri e dei Teutoni, massacrati nella Aquae Sextiae ed in quella dei Campi Raudii, vicino Vercelli. Gaio Mario varò quindi una riforma dell'esercito, che da "esercito nazionale" divenne "esercito mercenario", poiché non fu più composto dai cittadini, ma da nullatenenti e disperati, che venivano regolarmente pagati e a cui venivano assegnate terre dopo ogni vittoria.

Ma nella politica, Gaio Mario ebbe meno fortuna: alleatosi con Lucio Appuleio Saturnino, tribuno della plebe, e con Gaio Servilio Glaucia, pretore, scoprì ben presto che la politica romana era troppo marcia: i due alleati, infatti, proposero ed ottennero di abbassare ancora il calmiere del grano, che mise in pericolo il bilancio dello Stato. Gaio Mario, così, fu costretto a liquidare i suoi amici, schierandosi con i conservatori. Il bagno di sangue che seguì lo rese impopolare ad entrambi gli schieramenti, e così si ritirò dalla vita politica, partendo per l'Oriente.

[modifica] La guerra sociale
Per approfondire, vedi la voce Guerra sociale.

Nel 91 a.C. fu eletto tribuno della plebe Marco Livio Druso, che propose tre riforme per salvare lo stato dalla crisi: distribuire nuove terre fra i poveri; ridare il monopolio nelle giurie al Senato Romano, dopo avervi aggiunto altri 300 membri; conferire la cittadinanza romana a tutti gli abitanti della provincia d'Italia. L'Assemblea approvò i primi due punti, ma non il terzo, che costò a Marco Livio Druso la vita: fu assassinato mentre spiegava i motivi della sua proposta.

Scoppiò così la guerra sociale: dopo secoli di unione a Roma, la provincia d'Italia non ci stava ad essere trattata ancora come una semplice provincia conquistata. La mancanza di rappresentanti in Senato e le due leggi, del 126 a.C. e del 95 a.C., che rispettivamente impediva agli italiani di provincia di emigrare a Roma e scacciava quelli che vi erano già, fecero il resto. Salvo in Etruria ed Umbria, la ribellione fu totale, ed ai cittadini si unirono anche gli schiavi, che fondarono una repubblica federale con capitale a Corfinium.

Roma chiamò Gaio Mario per fronteggiare l'ennesima guerra: questi reclutò un suo esercito e massacrò i ribelli, causando 300.000 morti. La pace che seguì fu quella di un cimitero: il Senato Romano propose la pace offrendo la cittadinanza romana ai ribelli ed agli abitanti di Etruria ed Umbria, come premio di fedeltà. I ribelli accettarono e la guerra sociale si concluse.

[modifica] Silla
Lucio Cornelio Silla
Per approfondire, vedi la voce Guerra civile tra Mario e Silla.

Lucio Cornelio Silla fu eletto console nell'88 a.C., poco dopo la fine della guerra sociale. Già noto al popolo ai tempi delle guerre contro Giugurta, e di quelle contro i Teutoni ed i Cimbri, durante le quali era stato luogotenente di Gaio Mario, aveva iniziato il proprio cursus honorum nel 99 a.C..

Nominato console, mentre stava per partire alla volta delle Guerre mitridatiche in Asia Minore, gli giunse la notizia che Gaio Mario stava per sostituirlo alla guida dell'esercito. Così corse a Nola, radunò l'esercito e lo portò a Roma, dove sconfisse Gaio Mario, che scappò nella provincia d'Africa.

Silla si nominò proconsole (che gli dava il controllo dell'esercito), fece eleggere due nuovi consoli (Gneo Ottavio e Lucio Cornelio Cinna), e finalmente partì per la provincia d'Asia.

[modifica] La guerra civile

Appena partito Lucio Cornelio Silla, i due consoli erano già alle armi: i conservatori (optimates) capeggiati da Gneo Ottavio ed i democratici (populares) da Lucio Cornelio Cinna. Era la guerra civile.

Gneo Ottavio battè Lucio Cornelio Cinna, che fuggì nella provincia d'Africa, dove Gaio Mario si era ritirato. Questi allestì un nuovo esercito e mosse guerra a Gneo Ottavio, rimasto a Roma. Fu un massacro:

« Gneo Ottavio aspettò la morte con calma, seduto sul suo scranno di console. Le teste dei senatori, issati sulle picche, furono portate a spasso per le strade. Un tribunale rivoluzionario condannò migliaia di patrizi alla pena capitale. [...] Avvoltoi e cani mangiavano per le strade i cadaveri, cui si era rifiutata la sepoltura. »
(Indro Montanelli, Storia d'Italia)

La situazione non migliorò con la morte di Gaio Mario, che fu sostituito da Lucio Valerio Flacco. Assieme a Lucio Cornelio Cinna continuarono a spargere il terrore, finché Lucio Valerio Flacco non fu mandato in Oriente a deporre Lucio Cornelio Silla. Ma quando i due s'incontrarono, Silla riuscì a convincere Lucio Valerio Flacco a schierarsi con lui. Nell'83 a.C. arrivarono a Brindisium, e, contemporaneamente, a Roma, Lucio Cornelio Cinna fu ucciso dalla popolazione in rivolta.

Gaio Mario il Giovane, figlio di Gaio Mario, radunò un esercito tra i conservatori e si preparò allo scontro frontale: nella Battaglia di Porta Collina, oltre 50.000 uomini nelle schiera di Gaio Mario il Giovane furono uccisi ed altri furono imprigionati. La guerra civile era finita. Era il 27 gennaio dell'81 a.C..

[modifica] La dittatura di Silla

Lucio Cornelio Silla divenne così dictator, e lo restò per 2 anni, durante i quali lasciò il segno in diversi modi:

  • inventò il culto della personalità, facendo coniare monete con la sua effigie ed introducendo nel calendario la festa della sua vittoria:
  • trattò Roma da semplice città conquistata, facendola presidiare da un esercito;
  • represse ogni forma di dissenso, uccidendo 40 senatori e 2600 cavalieri che avevano simpatie per Gaio Mario. Tra i proscritti c'era anche un giovane di nome Caio Giulio Cesare, nipote di Gaio Mario, che si salvò grazie all'aiuto di amici in comune con una semplice condanna al confino;
  • estese la cittadinanza romana a tutti gli italiani, ed a molti Galli ed Iberi;
  • distribuì terre ai veterani del suo esercito;
  • abolì le distribuzioni gratuite di grano;
  • ristabilì la regola dei dieci anni di intervallo per chi concorreva al consolato per la seconda volta.
  • congedò l'esercito ed emanò una legge che vietasse a qualunque esercito di sostare in Italia.

Compiute queste riforme, decise, tra lo sbigottimento generale, di lasciare ogni carica e di ritirarsi a vita privata nella sua villa di Cuma. Quello stesso giorno, tornato ad essere un semplice cittadino, un passante lo inseguì ingiuriandolo e facendogli sberleffi. Lucio Cornelio Silla neppure si voltò, ma si limitò a dire ai pochi amici che lo accompagnavano:

« Che imbecille! Dopo questo gesto, non ci sarà più un dittatore al mondo disposto ad abbandonare il potere! »

[modifica] La rivolta di Spartaco
Per approfondire, vedi la voce Terza guerra servile.

Pochi anni dopo la morte di Silla, la situazione politica romana precipitò di nuovo nel caos: prima la ribellione della Spagna, che fu domata da Pompeo, poi la ben più grave rivolta degli schiavi, capeggiata da Spartaco.

Nel 73 a.C., infatti, un gruppo di quasi cento schiavi della scuola di Lentulo Batiato di Capua, si ribellarono e fuggirono. Nominato loro capo Spartaco, un gladiatore tracio, chiamarono nelle loro fila qualunque schiavo desideroso di libertà, ed in poco tempo il loro esercito arrivò a contarne settantamila.

Le prime battaglie sorrisero agli insorti, che batterono gli eserciti romani e mossero verso le Alpi. Persero una battaglia, ne vinsero un'altra, e si trovarono d'improvviso alle porte di Roma. Il Senato Romano mandò allora contrò i ribelli un esercito guidato da Crasso e composto dal fiore dell'aristocrazia romana, mentre dalla Spagna stava ritornando Pompeo: Spartaco preferì così affrontare apertamente l'esercito romano, e fu sconfitto in via definitiva, morendo in battaglia. I ribelli catturati vivi furono crocifissi lungo la Via Appia.

[modifica] La Congiura di Catilina
Per approfondire, vedi la voce Congiura di Catilina.

Di lì a poco, parve che la democrazia fosse tornata dopo la restaurazione di Silla. Ma poco dopo la partenza di Pompeo, emerse la possibile minaccia di Lucio Sergio Catilina. Questi era un aristocratico che si era schierato apertamente coi popolari, con un programma radicale, che prevedeva tra le altre cose, l'annullamento dei debiti per tutti i cittadini.

Catilina si presentò alle elezioni, ma perse. Radunò così a Fiesole un migliaio di seguaci, con i quali si presentò l'anno dopo nuovamente alle elezioni. Ma ancora una volta fu battuto da Cicerone, che lo accusò di aver organizzato un complotto per ucciderlo.

Il 7 novembre del 63 a.C. davanti al Senato Romano, Cicerone pronunciò il suo famoso discorso (le Catilinarie) che durò per tre giorni. Il 3 dicembre fu emesso un mandato d'arresto per Lentulo, Cetego ed altri presunti cospiratori, che il 5 dicembre furono giustiziati. L'unica voce del Senato che difendeva i sentenziati era quella di un giovane di nome Caio Giulio Cesare. Alla fine della requisitoria, alcuni senatori tentarono di ucciderlo, ma Cesare riuscì a fuggire. Cicerone fece così eseguire la sentenza, mentre Caio Antonio, l'altro console, partì con un esercito contro Catilina.

Nella battaglia di Pistoia, che si combattè nel gennaio del 62 a.C., i sostenitori di Catilina si batterono con coraggio, ma furono sterminati. Lo stesso Catilina perse la vita.

[modifica] Cesare (58 a.C.- 44 d.C.)

Per approfondire, vedi la voce Caio Giulio Cesare.

Caio Giulio Cesare, nipote di Mario, aveva già fatto carriera negli anni tumultuosi seguiti alla dittatura di Silla, ed era scampato ad un paio di agguati, come quello avvenuto mentre difendeva Catilina.

Quando Pompeo si trovò in contrasto con il Senato romano, Cesare ebbe la prontezza di proporgli il primo triumvirato: Pompeo avrebbe finanziato l'impresa, Crasso avrebbe prestato la sua influenza sulle classi ricche dell'alta borghesia, ed infine Cesare avrebbe fatto da garante per il popolo. L'aristocrazia fu tagliata così fuori dal potere.

[modifica] Il primo Triumvirato
Per approfondire, vedi la voce Primo triumvirato.

Cesare vince così facilmente le elezioni a console romano, mentre per l'aristocrazia salì Marco Calpurnio Bibulo. Cesare mantenne i suoi impegni: distribuì terre ai soldati di Pompeo (che era stato uno dei motivi di contrasto col Senato romano), e ne ratificò gli impegni in Oriente. Poi varò tutte le leggi proposte dai Gracchi, che ci avevano rimesso la vita. Inventò il primo quotidiano, chiamato Acta Diurna, in cui tutte le decisioni del Senato venivano spiegate, motivate e commentate. Essendo gratuito, ed affisso sui muri della città, il Senato romano si ritrovò così a dover dare conto all'intera popolazione delle sue scelte.

Dopo una serie di matrimoni combinati con gentes influenti della politica romana, Cesare, poco prima della scadenza del mandato, si fece nominare proconsole della Gallia Cisalpina e Narbonense: questo incarico gli conferì così il comando delle truppe a nord dell'Italia (la legge vietava che ce ne fossero a sud del Rubicone), rendendolo il padrone del paese.

Con le sue truppe a guardia dell'Italia, l'elezione a consoli di Aulo Gabinio e Lucio Calpurnio Pisone Cesonino (che gli dovevano l'appoggio) e di Publio Clodio Pulcro a tribuno della plebe (che gli doveva un'assoluzione), l'appoggio di Pompeo, i denari di Crasso, ed il <