User:ItxasSN/Informan1213/Wikipedia/La vida es bella.ita

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La vita è bella è un film del 1997 diretto e interpretato da Roberto Benigni. Il film ricevette tre Oscar: quello alla migliore colonna sonora, quello al miglior film straniero e quello al miglior attore protagonista.

Trama[edit]

Guido è un giovane ebreo che si trasferisce ad Arezzo con l'amico Ferruccio Papini. Durante il tragitto Guido incontra casualmente una giovane maestra di nome Dora, da lui soprannominata principessa.

Arrivato in città, viene ospitato dallo zio Eliseo, capo cameriere dell'albergo più lussuoso della città di Firenze, dove Guido va a lavorare come cameriere. Quello stesso giorno, in municipio, avviene un litigio con Rodolfo, un arrogante gerarca fascista, ed entrambi da allora si soprannominano lo scemo delle uova perché Guido involontariamente appoggia alcune uova nel cappello del fascista e, quando Rodolfo lo indossa, si rompe le uova in testa diventando furioso.

Intanto, all'hotel, Guido fa amicizia con un medico tedesco appassionato, come lui, di indovinelli. Saputo che un ispettore scolastico dorme nell'hotel, e che costui era stato convocato il giorno dopo in una scuola elementare dove insegna anche Dora per una lezione antropologica a favore della razza ariana, trova uno stratagemma per sostituirsi a costui, pur di incontrarla. Il vero ispettore poi arriva quando già la lezione ha ormai ridicolizzato l'obiettivo iniziale, ma Guido, scappato via dalla finestra, ha comunque raggiunto il suo scopo. Una sera Dora va a teatro; Guido la segue e, con un altro stratagemma, la porta via a Rodolfo. I due quella sera parlano a lungo e Guido le confessa infine il proprio amore per lei.

Qualche sera dopo, proprio al Grand Hotel, Rodolfo è ansioso di festeggiare il fidanzamento ufficiale con Dora, la quale mai è stata veramente innamorata. Dora quindi decide di contraccambiare i sentimenti di Guido e, al termine della serata, va via con lui dopo che questi era entrato nel ristorante su un cavallo bianco, seppur dipinto di verde fluorescente, incurante che sul dorso dell'animale avessero scritto "cavallo ebreo", perché era già incominciata la discriminazione razziale. A Rodolfo non rimane che incappare nell'ennesimo uovo, stavolta un grande uovo di struzzo che rovina sulla sua testa.

Nel 1939, Guido e Dora si sposano e dal loro amore nasce Giosuè.

Qualche anno dopo, nonostante la guerra e l'invasione nazista dell'Italia, la famiglia è ancora felice. Guido ha aperto una libreria e Dora continua la sua attività da insegnante ma, proprio il giorno prima del compleanno di suo figlio, Guido viene richiamato dai fascisti per la schedatura sua, di suo figlio e di suo zio nel registro ebraico delle SS (che poi servirà al loro arresto). Il giorno dopo, Guido e suo figlio insieme allo zio Eliseo vengono deportati in un lager nazista, insieme ad altri concittadini ebrei. Dora, giunta a casa e trovati i segni della colluttazione, arriva in tempo alla stazione. Lì, vede un treno merci stracolmo di gente, con appresso i bagagli: uomini, donne, bambini e anziani spinti, malmenati e scherniti dai soldati delle SS, che li costringevano a salire sul treno. Dora, spaventata, decide di parlare con un tenente delle SS, che le consiglia di tornarsene a casa alla sua prima richiesta di salire sul treno volontariamente ma, insistendo, Dora riesce a convincere l'ufficiale nazista, il quale, alla fine, ferma il treno e la fa salire: incontrerà di sfuggita suo marito soltanto in un'occasione all'arrivo al campo di concentramento.

All'arrivo nel campo, gli uomini e le donne vengono immediatamente separati, e lo zio Eliseo, insieme a molti altri, viene destinato immediatamente alla camera a gas, in quanto troppo anziano per lavorare. Pur di proteggere il figlio dalla terribile realtà, Guido sin dall'inizio del tragico viaggio in treno racconta a Giosuè che stanno partecipando a un gioco a premi, in cui si dovranno affrontare numerose prove, per vincere un carro armato vero. Si spaccia anche come interprete del soldato tedesco, per "tradurre" le regole del lager, imposte ai prigionieri, in un emozionante gioco. Col passare dei giorni Giosuè entra attivamente nel vivo del "gioco", tra le cui "regole" c'è quella di rimanere nascosti nella camera riservata a suo padre e ad altri prigionieri, per evitare che, una volta trovato, sia "eliminato dal gioco", ossia destinato alla camera a gas.

Durante una selezione, Guido incontra il medico tedesco conosciuto al Grand Hotel, ormai divenuto un capitano delle SS, che seleziona gli uomini idonei al lavoro da quelli da mandare a morte. Il medico riconosce Guido, non lo seleziona per il gas, ma gli offre di servire ai tavoli in una cena per ufficiali nazisti. Guido s'illude che il medico voglia mettere una buona parola per lui e per sua moglie, e riesce anche a far partecipare suo figlio, per sfamarlo dignitosamente, confuso tra gli altri figli di ufficiali nel tavolo a loro riservato. Grande sarà la sua delusione quando, quella stessa sera, il dottore lo chiamerà a sé soltanto per sottoporgli un cupo indovinello a cui non trovava soluzione e per il quale era disperatissimo. La stessa sera, durante il suo ritorno in baracca, Guido si perde nel lager con il figlio addormentato in braccio. A un certo punto scorge da lontano una fitta coltre di nebbia, e incuriosito la supera, ma suo malgrado si trova davanti a una gigantesca montagna di cadaveri scheletriti destinati alla cremazione. Pian piano Guido, atterrito, s'allontana con la speranza che il figlio non si svegli proprio allora e non veda un orrore atroce di quel genere; in altre parole, il protagonista s'era avvicinato troppo in prossimità di un forno crematorio. Una notte, all'improvviso, i soldati tedeschi abbandonano freneticamente il campo dopo aver fatto strage dei deportati rimasti. Guido riesce a nascondere Giosuè in una cabina dicendogli di giocare a nascondino e promettendogli di ritornare; purtroppo, mentre è alla ricerca della moglie, mascherato da donna, viene scoperto e ucciso. Le scene finali del film mostrano come al mattino seguente il lager sia liberato. Giosuè esce dalla cabina in cui era stato tutta la notte nascosto in silenzio ed è infine salvato da un soldato americano, che lo fa salire su un carro armato mentre, convinto di aver vinto il premio finale, grida: È vero!

Il film si conclude quando Giosuè, accompagnato in spalla dal soldato americano che l'ha trovato, riconosce la madre che cammina nel gruppo di prigioniere liberate, si abbracciano e dicono "Abbiamo vinto!" mentre la voce narrante di un Giosuè ormai anziano, termina dicendo: Questa è la mia storia, questo è il sacrificio che mio padre ha fatto, questo è stato il suo regalo per me.

Produzione[edit]

Il film fu girato tra il novembre 1996 e l'aprile 1997, tra Arezzo, Montevarchi, Castiglion Fiorentino, Roma e Papigno (TR), Benigni dichiarò: «Questo film, che si chiama La vita è bella, mi è venuto fuori, ma con emozione, tanto che mi ha fatto tremare tutte le costole del costato, ma anche a girarlo, ma bello, bello, è un film che l'ho fatto in meno di una notte»[1].

Durante le riprese, Benigni ebbe comunque qualche esitazione: «La gente mi diceva di fare attenzione perché era una idea molto estrema, temevo di offendere la sensibilità dei sopravvissuti. Lo so che tragedia sia stata, e sono orgoglioso di aver dato il mio contributo, sull'Olocausto e sulla memoria di questo terrificante periodo della nostra storia. Io non sono ebreo, ma la storia appartiene a tutti».

Il campo di concentramento nel film è in realtà una vecchia fabbrica dismessa nei pressi di Terni (Papigno) che fu riadattata come lager per le riprese. Tra le location utilizzate: Arezzo, Castiglion Fibocchi, Castiglion Fiorentino, Cortona, Montevarchi, Papigno, Ronciglione. Il carro armato "premio", un M4 Sherman americano, è stato concesso per le riprese dal museo "Piana delle Orme" di Latina.

Da ricordare che questo fu l'ultimo dei 135 film di cui Tonino Delli Colli fu Direttore della fotografia; e in un'intervista, alla domanda su cosa volesse dire lavorare con Benigni, rispose: «È proprio una bellezza».

Inoltre Benigni si avvalse della consulenza dello storico Marcello Pezzetti e di Shlomo Venezia, sopravvissuto di Auschwitz, che a quei tempi era uno dei Sonderkommando, cioè quelle unità speciali che avevano il compito di estrarre i corpi dalle camere a gas e cremarli. In seguito tutti i Sonderkommando vennero uccisi per mantenere il segreto sull'Olocausto. Venezia fu uno dei pochissimi sopravvissuti: se ne contano una dozzina nel mondo.

Inoltre, come ha dichiarato lo stesso Benigni, uno spunto alla scrittura del film gli è venuto dalla vicenda di Rubino Salmonì[2][3], che gli raccontò la sua storia di deportato e di sopravvissuto[4] (e di cui Benigni aveva letto in precedenza il volume "Ho sconfitto Hitler"[5]).

Colonna sonora[edit]

La colonna sonora è di Nicola Piovani, per la quale è stato insignito dell'Oscar alla migliore colonna sonora nel 1999. Il brano La vita è bella è stato successivamente ripreso (con l'aggiunta del testo) dalla cantante israeliana Noa, con il titolo di Beautiful That Way.

Tracce[edit]

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Distribuzione[edit]

Distribuzione cinematografica[edit]

Uscì nelle sale cinematografiche italiane il 19 dicembre 1997 e fu un grandissimo successo, incassando ben 46 miliardi di lire.

Uscì negli USA nel settembre 1998, in un'edizione mutilata di 9 minuti, con alcuni tagli e l'eliminazione del personaggio di Lydia Alfonsi. Incassò 57 milioni di dollari e fu accolto entusiasticamente da numerosi critici americani[6].

Il 23 agosto 1999 uscì sempre in America un'edizione doppiata in inglese, ma questa versione si rivelò un fallimento. In questa versione, Benigni è doppiato dall'attore americano Jonathan Nichols, mentre la napoletana Ilaria Borrelli e l'italo - americano James Falzone prestano la loro voce per i personaggi di Dora e del piccolo Giosuè.

Il 10 gennaio 1999 il Papa Giovanni Paolo II ha visionato il film in una proiezione privata assieme a Roberto Benigni[7]. Benigni ha più volte dichiarato come, raccontando alla madre l'avvenimento, lei non gli abbia mai creduto.

Distribuzione televisiva[edit]

Quando il film fu trasmesso in TV per la prima volta da Rai 1 il 22 ottobre 2001, fu visto da 16.080.000 telespettatori, in assoluto il dato d'ascolto più alto per un film nella televisione italiana, battendo il precedente record d'ascolto di 14.672.000 telespettatori del film Il nome della rosa, che resisteva dal 1988.

Accoglienza[edit]

Critica[edit]

Al contrario dei precedenti film di Benigni, che sono stati sempre trattati in maniera controversa, questo fu un successo di critica: "È il sesto film di Benigni come regista, sicuramente il più difficile, rischioso e migliore; analizzando la pellicola si possono quasi vedere due film in uno, oppure un film in due parti, nettamente separate per ambientazione, tono, luce e colori. La prima spiega e giustifica la seconda, una bella storia d'amore, prima tra un uomo e una donna, poi per un figlio, ma allo stesso tempo l'una è la continuazione dell'altra."[8]

Incassi[edit]

Il film è il quarto maggiore incasso di sempre tra i film visti in Italia, e il film italiano con il maggior incasso della storia avendo incassato 228.900.000 dollari in tutto il mondo[9], a fronte di un costo di 15 miliardi di lire[10] Inoltre è il secondo in graduatoria fra i film non di lingua inglese più visti negli USA dopo la pellicola taiwanese La tigre e il dragone. [11]

Riconoscimenti[edit]

Durante la cerimonia degli Oscar del 21 marzo 1999 ha ricevuto ben 3 statuette su 7 nomination, per il migliore attore protagonista (Roberto Benigni), la migliore colonna sonora e il miglior film straniero.

L'attrice Sophia Loren consegnò a Benigni la statuetta per il miglior film straniero ed egli, dalla felicità, balzò sulle poltrone degli spettatori e in uno stentato inglese divertì il pubblico americano. Poi furono premiati Nicola Piovani per le musiche e lo stesso Benigni come miglior attore, dalle mani dell'attrice Helen Hunt, diventando il primo interprete italiano (e il primo attore non-anglofono in assoluto) a ricevere l'Oscar al miglior attore recitando in un film in lingua straniera.

A Roma salutò l'allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro stringendogli la mano ed esclamando: "Ho l'Oscar nelle mie mani!".

Ricevette comunque oltre 40 premi internazionali, tra cui 5 Nastri d'argento, 9 David di Donatello, il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes - dove Benigni s'inginocchiò davanti a Martin Scorsese - e un premio medaglia a Gerusalemme.

Edizioni home video[edit]

Nel 2002 è uscita in Italia un'autorevole edizione in DVD, con un'intervista, il making of in inglese con sottotitoli, il dietro le quinte (con scene di prova inedite), la cerimonia degli Oscar, il ricevimento di altri vari premi (Palma della critica a Cannes, Cesar, David di Donatello, BAFTA), il trailer originale statunitense, una galleria fotografica, il cast completo con biografia e filmografia dettagliata.

Nel 2005 è uscito il DVD negli Stati Uniti d'America, nella versione sottotitolata.

Nel 2010 è uscita la versione Blu-ray con diversi contenuti extra.

Citazioni e riferimenti[edit]

  • Il titolo del film è tratto da una frase del testamento di Lev Trotsky[12]. La frase intera è:

La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore.

  • Il numero della divisa indossata da Guido nel campo di lavoro è lo stesso indossato da Charlie Chaplin ne Il grande dittatore.
  • Per la gag dello scambio di cappelli, è possibile che Benigni abbia preso spunto dalla scena tra Harpo, Chico e il venditore di limonate ne La guerra lampo dei Fratelli Marx[citation needed].
  • Sono presenti almeno due tributi a Massimo Troisi, grande amico di Benigni. Uno è quello della scena del teatro dove Benigni cerca di far girare la maestra con la "telepatia" dicendo "voltati, voltati...", scena ripresa da "Ricomincio da tre", film in cui Troisi in una delle scene iniziali, cerca di far avvicinare un vaso utilizzando la stessa tecnica. Il secondo tributo è la celebre scena in cui Benigni per incontrare la maestra percorre tutto il quartiere in corsa sfinendosi. Sempre in "Ricomincio da tre" Troisi per incontrare la signorina del manicomio, appena arrivato a Firenze, gira di corsa intorno al palazzo.
  • I figli del tizio con cui Guido (Benigni) si scambia il cappello, si chiamano in ordine Benito e Adolfo, sicuramente un riferimento a Benito Mussolini e ad Adolf Hitler.

Errori durante il montaggio[edit]

Nei titoli di coda il personaggio di Vittorino (interpretato da Francesco Guzzo) appare due volte.

Inesattezze storiche[edit]

La linea temporale del film non è ben definita. Infatti, se Guido e Dora si sono sposati nel 1939 e sempre in tale anno hanno generato Giosuè, il bambino avrebbe sei anni solo nel 1945, quando l'Italia era liberata dai nazifascisti e la Germania stava oramai perdendo la guerra e non era più impegnata a deportare gli ebrei. È pertanto maggiormente plausibile che Giosuè sia nato nel 1937, in questo modo avrebbe sei anni nel 1943, anno in cui l'Italia firmò l'Armistizio di Cassibile e venne militarmente invasa dalle forze armate tedesche. Nel 1943, inoltre, si registrarono le maggiori deportazioni di ebrei da parte dei nazisti (basti pensare a ciò che accadde al Ghetto di Roma). Tuttavia ciò non giustificherebbe il relativo poco tempo passato dalla famiglia nel campo di concentramento. Oltre a ciò, alla fine del film, il soldato che prende in braccio Giosuè e lo porta sul carrarmato è americano, nazionalità alquanto insolita per un membro della Armata Rossa. Questa può essere considerata un'inesattezza storica rispetto alla storia di Rubino Salmonì (internato ad Auschwitz), alla quale Benigni si ispira. Nel film tuttavia non ci si riferisce mai esplicitamente al campo di Auschwitz, rendendo valida l'alternativa di considerare il conseguente errore, un errore di trasposizione, nonché una scelta voluta da Benigni stesso.

Note[edit]

Voci correlate[edit]

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Collegamenti esterni[edit]